Mercredi 9 avril 2008 3 09 /04 /Avr /2008 19:56

Il Pcf risale all’ 8,8%. Smentita la tesi del “declino ineluttabile”

traduction de l'article Le PCF remonte à 8,82% réalisée par Bruno Steri, que nous remercions

Il risultato nazionale delle elezioni cantonali è pressoché totalmente occultato nei principali media, i quali si accontentano di menzionare il totale dei voti della Sinistra e della Destra. E invece il dettaglio del voto, partito per partito è di grande interesse: in particolare, i candidati del Pcf hanno raccolto l’8,82 dei suffragi espressi. Questo risultato è tanto più significativo in quanto, nell’immensa maggioranza dei casi, i candidati comunisti si confrontavano con candidati socialisti. Notiamo altresì che il Pcf era presente soltanto in 1248 cantoni su 1918 (nel 2001 era stato presente in 1615 cantoni).
Rispetto al 2001, il partito arretra leggermente dello 0,9. Ma in rapporto alle cantonali del 2004 avanza dell’1%, mentre il Ps ristagna. Il Pcf conferma questo buon risultato nelle elezioni municipali, nelle città dove ha presentato liste di coalizione senza il Ps.
Per i comunisti, nei mesi che verranno - per le lotte come per la preparazione del Congresso di fine anno – questi risultati sono ricchi d’insegnamento. La tesi del “declino ineluttabile” ripresa da numerosi dirigenti è chiaramente smentita. L’8,8 per un partito di cui si dichiara l’estinzione non è male! Il nome e la storia del Pcf sono lungi dall’essere un residuo per una grande parte di elettori e per il mondo del lavoro.
Vediamo che già alcuni partigiani della sparizione del Pcf cercano di relativizzare questi risultati e di dire che essi sarebbero dovuti al carattere locale delle elezioni, al prestigio personale dei candidati. Ma proprio un tale ancoraggio nei 1248 cantoni attesta che il partito continua ad avere un radicamento nazionale e, d’altra parte, lo scarto con il risultato delle presidenziali è troppo grande per convalidare questa loro analisi. Su una sola metà del Paese – e malgrado il 15% di astensione supplementare – i candidati del Pcf alle cantonali raccolgono un milione e 166 mila voti, mentre la segretaria del Pcf Marie-George Buffet (ascrivibile all’area “liquidazionista” - N.d.R.) su tutto il territorio nazionale non ha raccolto che 707 mila voti.
Queste elezioni cantonali pongono ancora una volta in evidenza la responsabilità delle scelte strategiche della Direzione nazionale nell’indebolimento del Partito. A titolo di paragone, nelle cantonali del 1982, il Pcf aveva ottenuto il 15,9% dei voti, poco più di quanto aveva preso Gorge Marchais alle presidenziali di un anno prima (15,3%). Ciò che il Pcf rappresenta, l’impegno dei suoi militanti, ha ridato la sua utilità al voto comunista: per esprimere il rigetto di una politica al servizio del Medef (la Confindustria francese – N.d.R.) e la volontà di opporvisi. (…)

http://www.esserecomunisti.it/

Par PCF Paris 14
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Vendredi 2 novembre 2007 5 02 /11 /Nov /2007 18:23
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Mercredi 25 avril 2007 3 25 /04 /Avr /2007 01:30


Noi non possiamo né dobbiamo lasciare che si dica che la cocente disfatta della candidatura di Marie-George Buffet alle elezioni presidenziali rappresenti una nuova “sconfitta storica” per il PCF e tutto ciò che rappresenta nel nostro paese. Semplicemente perché è falso.

L’ 1,93% non punisce il PCF, ma al contrario la strategia di cancellazione del PCF, di negazione dell’identità comunista perseguita e aggravata in occasione delle elezioni.

La direzione del PCF ha messo i comunisti di fronte al fatto compiuto. Essa porta l’intera responsabilità di un risultato pieno di conseguenze per il Partito e per il paese e non può oggi nascondersi dietro la scusa del rullo compressore del “voto utile” che è contraddetto dal risultato di Besancenot. 

Per sei mesi, la direzione ha imbarcato i comunisti nelle dispute politiciste dei “collettivi antiliberisti” prima di approdare, arretrando, alla candidatura di Marie-George, non come candidata comunista, ma come candidata di una “sinistra popolare antiliberista” che nessuno è riuscito a identificare. Marie-George si è messa in aspettativa dalla sua responsabilità nel PCF.

L’eliminazione sistematica del riferimento comunista dalla campagna ha seminato inquietudine tra gli elettori e i compagni. La sua reintroduzione negli ultimi giorni, indubbiamente finalizzata a “limitare i danni” annunciati dai sondaggi disastrosi, è stata troppo tardiva e timida per cambiare qualcosa.

Non è una questione di nome. Gli orientamenti della campagna hanno voltato le spalle al contenuto e a ciò che rende utile il voto comunista.
Facendo dell’unità di “tutta la sinistra” nelle istituzioni la condizione del cambiamento, la “sinistra popolare antiliberista” ha essa stessa nutrito la logica del voto utile a proprie spese. Essa si è sforzata di riabilitare lo schema politicista dell’alternanza e la “sinistra del si” , controcorrente rispetto alla dinamica delle lotte e alla sua ricerca di prospettiva politica.

Essa ha svalutato la portata del NO di classe del 2005 inscrivendosi nella prospettiva della rinegoziazione della costituzione dell’UE, in nome di un illusorio “trattato costituzionale dei popoli”, arrivando il direttore della campagna elettorale a dichiararsi “ferocemente pro-europeo” in televisione. In questo stato di spirito, come proporre una via efficace per combattere ad esempio la mercificazione del gas e dell’elettricità a partire dal 1 luglio?

La “sinistra popolare” si è allontanata dalle posizioni comuniste fondamentali e da un programma di rottura anticapitalista. Parole quali “nazionalizzazioni”, “proprietà pubblica dei mezzi di produzione e di scambio”, difesa e ripristino dei monopoli pubblici, sono sembrate tabù, proprio quando il caso di Airbus le rimetteva all’ordine del giorno presso l’opinione pubblica.

Essa ha anche rotto il legami con la rivoluzione cubana, che pure è la base di tutto il movimento di emancipazione in America latina.

Noi accusiamo la direzione del PCF di aver privilegiato i propri progetti di ricomposizione politica in nome di un “raggruppamento antiliberista” , escludendo le possibilità reali di rafforzamento del Partito.

Lo sviluppo di grandi lotte a partire dal 2002, la messa in scacco del CPE, il NO maggioritario alla “costituzione” europea, il crescente rigetto della mondializzazione capitalista e dei suoi effetti, tutta la situazione sociale richiedeva una candidatura chiaramente comunista, su posizioni comuniste.

La direzione ha rifiutato di permettere ai comunisti, compreso il Consiglio Nazionale, di pronunciarsi su questa scelta evidente. Si trattava della condizione per la ripresa della nostra influenza elettorale. Noi ne siamo più convinti che mai.

La direzione del PCF è ormai squalificata e la sua strategia è messa a nudo. L’insieme delle scelte operate da 10 anni prima in nome della “Mutazione”, ora del “raggruppamento antiliberista” portano alla scomparsa del PCF.

Il risultato disastroso del 22 aprile non deve servire da pretesto per una nuova fuga in avanti.

Il “raggruppamento antiliberista” e l’operazione politicista dei “collettivi” hanno dimostrato di rappresentare il contrario dell’unificazione del mondo del lavoro per combattere la politica al servizio del capitale.

Noi denunciamo ogni operazione di ricomposizione politica “a sinistra”, con frange della socialdemocrazia, che soppiantino il PCF, come in Italia o in Germania, a immagine del Partito della Sinistra Europea.

Denunciamo anche ogni tentazione di ridurre il PCF ad un sindacato di eletti satellite del PS, “radicale” come il Partito radicale di sinistra.

Per i comunisti questa deve essere l’ora della difesa e della riconquista del loro partito, acquisizione insostituibile del movimento operaio nel nostro paese.

Nell’immediato, chiamiamo i comunisti a impegnarsi per sbarrare la strada alla destra di Sarkozy e a imporre per le elezioni legislative delle candidature comuniste su un programma comunista in tutte le circoscrizioni.

La direzione dovrà rendere conto. La questione non è di tenere un congresso straordinario organizzato precipitosamente e del quale essa tirerebbe di nuovo tutte le fila. I comunisti hanno bisogno di un congresso che metta all’ordine del giorno il bilancio di tutta la “Mutazione” almeno a partire dal XXX congresso di Martigues e che impegni tutti i comunisti, compreso l’85% degli iscritti del 1994, che la “Mutazione” ha allontanato dal partito.

Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, chiamiamo i comunisti a far vivere il partito anche conto la strategia della direzione. Li chiamiamo a ricostituire su basi di lotta, sui luoghi di lavoro e nei quartieri, le organizzazioni del Partito, cellule, sezioni abbandonate dalla “Mutazione”. E’ l’unico modo per i comunisti di riappropriarsi di questo strumento indispensabile per condurre la lotta contro la mondializzazione capitalista. La situazione politica, il movimento popolare lo esigono. I tempi successivi alle elezioni si annunciano duri per il mondo del lavoro.

Il mondo del lavoro, le vittime dello sfruttamento capitalista, il paese intero hanno più che mai bisogno di un partito comunista che forgi la sua azione e le sue proposte nella lotta di classe. Essi non hanno bisogno di una nuova corrente socialdemocratica.

Facciamo vivere l’espressione e l’organizzazione comuniste! Preserviamo l’avvenire del PCF. Assumiamoci le nostre responsabilità di comunisti!

Da parte nostra, come membri del Consiglio Nazionale del PCF, eletti sulla lista alternativa, sulla base del testo congressuale “Rimettiamo il PCF sui binari dlla lotta di classe”, ci mettiamo a disposizione dei comunisti per quest’obiettivo.


Stéphane AURIOL, federazione di Parigi, collettivo PCF-RATP-Bus
Emmanuel DANG TRAN, federazione di Parigi, sezione Parigi 15mo
Fabienne DEBEAUVAIS, federazione della Somme, sezione di Amiens
Claude FAINZANG, federazione di Parigi, sezione Parigi 19mo


Nous remercions chaleureusement notre camarade italien Alessio ARENA pour la traduction.
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Dimanche 1 avril 2007 7 01 /04 /Avr /2007 02:52

Section PCF Paris 14
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Mercredi 27 décembre 2006 3 27 /12 /Déc /2006 19:00

Avant, pendant comme après les élections de 2007, nous ne laisserons pas effacer notre Parti, le PCF, indispensable pour mener le combat de classe, nourrir les luttes, battre la politique au service du capital d’où qu’elle vienne.

Nous ferons vivre le PCF, même contre la stratégie de sa direction!

APPEL DE MILITANTS COMMUNISTES A SIGNER ET FAIRE SIGNER LARGEMENT

La situation politique exige plus que jamais l’existence d’un grand parti communiste dont la nécessaire indépendance de pensée doit être entièrement mise au service des travailleurs et de la lutte des classes. Les 55% du NON au référendum, la force des luttes, le profond rejet de la mondialisation capitaliste et de ses effets par les jeunes, les salariés, les paysans, les retraités nous le confirment. Le capitalisme est jugé « négatif » par 61% de la population.

La direction nationale a décidé de poursuivre la stratégie d’effacement du PCF, de son organisation et de ses positions à l’occasion des échéances électorales de 2007. C’est un nouveau contresens dans la suite de la « Mutation » qui a déjà conduit à la liquidation des cellules, de l’activité à l’entreprise, à la participation active entre 1997 et 2002 à un gouvernement qui a géré loyalement les affaires du capital. Autant de choix qui n’ont cessé de ruiner l’influence du Parti. C’est bien dans cette lignée que s’inscrivent les décisions de la Conférence nationale des 21 et 22 octobre, composée des membres du Conseil national, des parlementaires et des délégués désignés par les directions départementales. Celle-ci a ainsi exclu la possibilité pour les adhérents de se déterminer sur le principe d’une candidature communiste porteuse d’un programme communiste lors du vote des 10 et 11 novembre. Si cette question leur avait été posée, nul doute qu’ils auraient massivement répondu oui. La conférence n’a avancé le nom de Marie-George Buffet que comme une proposition qui sera soumise à la décision finale des « collectifs antilibéraux » pour être leur candidate sur la base de leur programme. Elle s’est déjà engagée à se mettre en congé de ses responsabilités dans le Parti.

La résolution adoptée va bien au-delà. Elle place durablement le Parti sous la tutelle de ces « collectifs ». Aux législatives de la même façon qu’aux présidentielles. Ils auraient ensuite vocation à supplanter les organisations du parti. Le groupe communiste à l’Assemblée cesserait d’exister.

Comme nous l’avons fait hier pour « Bouge l’Europe », nous rejetons aujourd’hui le sabordage, le choix de la fusion-disparition du PCF dans les « collectifs ».

Au-delà localement de quelques personnes de bonne volonté, ces « collectifs », singulièrement le collectif national, sont l’amalgame de groupuscules et de « personnalités », le plus souvent marquées par leur hostilité à l’organisation communiste mais bien arrimées à la social-démocratie. Les rivalités d’ambitions, les calculs politiciens et électoralistes donnent la piètre image de leur « nouvelle façon de faire de la politique ». Sous le vocable lénifiant de « l’antilibéralisme », leur stratégie permet à la direction du PCF une nouvelle dérive dans le prolongement des reniements politiques de la « Mutation ». Avec les « collectifs », elle annonce dès à présent le désistement « automatique, sans conditions » pour le candidat du PS, s’inscrivant ainsi dans la continuité de l’alternance et dans le processus de bipolarisation. A contresens du NON de classe du 29 mai, « collectifs » et direction du PCF se situent dans la logique de l’intégration dans l’UE du capital et de la renégociation du projet de « constitution », explicitement à l’occasion de la présidence française de l’UE au deuxième semestre 2008.

On peut mesurer dans la situation présente le handicap que font peser ces orientations sur le développement des luttes et le mouvement social. Exemples : - Où est l’opposition réelle et la mobilisation contre la privatisation de GDF quand la direction se cantonne aux institutions (90000 amendements déposés à l’Assemblée) mais délaisse l’action (21000 signatures seulement collectées dans le pays) et refuse de remettre en cause les directives de marchandisation ? - En région Ile-de-France, les élus PCF et leurs partenaires de la « gauche populaire et citoyenne », embryon des « collectifs », cautionnent le choix du président PS de livrer le marché du renouvellement des trains de banlieue (4 milliards d’euros !) à une firme étrangère contre l’emploi et l’industrie en France, suivant la « concurrence libre et non faussée ».

A travers ces « collectifs » se profile une recomposition politique que nous rejetons totalement. La similitude est frappante avec celle qu’opèrent les partenaires du « Parti de la gauche européenne », le PGE, formation ouvertement réformiste et soumise à la tutelle des institutions de l’UE, à laquelle la direction a choisi d’affilier le PCF en 2004. En Allemagne ou en Italie, ces partenaires fusionnent avec une partie de la social-démocratie ou se rangent derrière le démocrate-chrétien Prodi, ancien président de la Commission européenne.

Aujourd’hui, devant cette nouvelle étape de la destruction du PCF, il revient aux communistes eux-mêmes, y compris les centaines de milliers que la « Mutation » a écartés ces dernières années, de défendre leur parti, de le faire vivre. La direction se défie de leur expression et pipe les dés de la consultation pour les présidentielles. Au dernier congrès, plus de 11000 d’entre eux ont déjà marqué leur opposition à sa stratégie en se prononçant pour les textes alternatifs.

Nous appelons aujourd’hui les communistes à faire vivre, à reconstituer, dans les entreprises et les quartiers, les organisations du Parti, cellules, sections, abandonnées par la « Mutation », structures les plus à même de rassembler et d’organiser les catégories sociales qui ont le plus intérêt à renverser l’ordre capitaliste. En aucun cas, l’affirmation de l’existence du PCF n’est contradictoire avec la recherche d’une unité d’action et d’alliances politiques conjoncturelles et précises.

Dans la période pré-électorale, nous appelons les communistes à imposer des candidatures communistes dans le plus grand nombre de circonscriptions sur des positions communistes clairement affirmées.

Nous appelons les communistes à mettre en avant une perspective politique de rupture avec la politique au service du patronat d’où qu’elle vienne. C’est ce que les salariés attendent du PCF.

- Rupture avec le modèle de l’alternance et de la « gauche plurielle ». N’entretenons pas d’illusions ! Battre la droite ne suffit pas. Il est de la responsabilité des communistes de ne pas laisser enfermer le mouvement populaire dans la résignation et le fatalisme, dans l’impasse institutionnelle dans laquelle il se trouve depuis plus de 20 ans, au risque de faire le lit de l’extrême-droite sous toutes ses formes.

- Rupture avec le consensus autour de « l’intégration dans l’UE », relais de la mondialisation capitaliste ! Ne laissons pas dévaluer la portée du 29 mai ! Cette victoire a fait la démonstration que l’on peut, dans le cadre national, le plus propice pour construire le rapport de forces politique, mettre en échec les traités (sortie du carcan de Maastricht, Amsterdam, Nice), directives, règlements européens avec lesquels les gouvernements détruisent les acquis sociaux et démocratiques. Nous nous opposons à toute tentative de réintroduction d’un projet de « constitution » qui ne peut que renforcer l’emprise du capital sur le travail dans tous les pays d’Europe.

Dans ce cadre, nos propositions dans la période doivent prioritairement viser à aider au succès des luttes, à construire le rapport de forces avant, pendant comme après les élections. Aussi nous proposons de mettre l’accent sur les questions suivantes:

- la bataille pour les salaires et le pouvoir d’achat, contre la politique de baisse du « coût » du travail avec entre autres, l’exigence, juste socialement et économiquement, du SMIC à 1500 euros net immédiatement. - la défense du statut du travail, de l’emploi stable, avec notamment l’abrogation du CNE, l’unification des conditions légales de travail entre salariés des entreprises donneuses d’ordre et des sous-traitants… - la défense et la reconquête de la Sécurité sociale et de son financement solidaire avec en priorité l’exigence de la suppression des exonérations de cotisations sociales patronales. Les fermetures programmées de dizaines d’hôpitaux, de services, font monter d’importantes mobilisations que nous devons faire converger. La prochaine étape du démantèlement de notre système solidaire de retraite est programmée pour 2008. - le refus de la politique de désindustrialisation du pays avec la mise en avant de la nécessité de la relance d’une grande politique industrielle appuyée sur un secteur public nationalisé renforcé, l’adoption de mesures contre les délocalisations (taxe sur les réimportations, droit de saisie sur les unités de production délocalisables). - l’arrêt du démantèlement des services publics et des privatisations par le rejet de la politique de mise en concurrence au nom de l’Europe, la défense des statuts des personnels, rempart contre le démantèlement de l’ensemble de la protection sociale. - des moyens supplémentaires pour l’école publique et la défense sans concession de la laïcité et de la loi de 1905 de séparation de l’Eglise et de l’Etat. - un plan d’urgence pour une politique sociale du logement en rupture avec les politiques de réduction des financements et d’encouragement à la spéculation poursuivies depuis plus de 10 ans. La bataille que nous voulons mener pour l’emploi est déclinée par ces axes de propositions.

La (re)nationalisation démocratique des secteurs clefs de l’économie, secteur financier, grande distribution, énergie, transports, eau (remunicipalisation), communications, industries pharmaceutiques et chimiques, industrie d’armements… doit constituer le moteur d’une politique de redressement économique, de croissance saine, basée sur la satisfaction des besoins et l’indépendance vis-à-vis des marchés financiers et des transnationales. Ces propositions s’inscrivent dans la perspective fondamentale de la construction du socialisme en France. La direction de notre parti l’a perdue de vue. Elle reste plus que jamais notre perspective révolutionnaire de rupture avec le capitalisme. 

Celle-ci est indissociable de l’engagement internationaliste, part essentielle, identitaire du PCF que nous refusons de voir abandonner, d’autant moins face à la mondialisation capitaliste. Nous voulons ainsi agir fortement dans les mois qui viennent :- pour une action internationale de la France dans le sens de la paix et de la défense du droit des peuples à disposer d’eux-mêmes, notamment au Proche-Orient celui du peuple palestinien, la sortie de la France de l’OTAN et le rejet de toute intégration dans un bloc impérialiste européen. - pour la réduction des dépenses militaires et l’action pour engager le désarmement. - pour manifester notre solidarité avec les forces anti-impérialistes, notamment avec Cuba, le Venezuela ou la Bolivie dont les expériences d’alternative anticapitalistes attirent toute notre attention.

Au moment où nous lançons cet appel, nos jeunes camarades de la jeunesse communiste tchèque font l’objet d’un arrêté d’interdiction par leur ministère de l’intérieur au motif que leurs statuts remettent en cause la propriété privée des grands moyens de production et d’échange. Nous leur exprimons notre soutien total.

Les forces du capital ne se trompent pas d’adversaire. En France non plus, ne ployons pas ! Défendons le PCF, cet acquis irremplaçable pour le monde du travail, pour le pays, pour une alternative anticapitaliste ! Le monde doit changer de base ! Le PCF doit retrouver la sienne !

Par PCF Paris 14 - Publié dans : pcf-paris14
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